Il tramonto dell’infallibilità: dalla Fede alla Legge
di Nicoletta Bortolozzo
Premessa dell’autore
Anni fa, parlando con un caro amico sacerdote, gli dissi una frase che oggi suona quasi come una profezia: “La divisa divide”. Volevo spiegargli come il suo ruolo, visto dalla parte del popolo, creasse spesso un muro invisibile, una barriera che separa l’essere umano dalla comunità che dovrebbe servire. Oggi quella riflessione è più attuale che mai.
Il titolo è quasi un gioco di parole, ma la realtà che sottende è tutto meno che ludica: “La divisa divide”. In un’epoca di sovraesposizione social, per fare un esempio, la notizia di un prete che sveste l’abito talare per amore non è più solo un sussurro di sagrestia, ma un terremoto mediatico capace di spaccare l’opinione pubblica in fazioni agguerrite.
In definitiva, la “divisa che divide” è il simbolo di un’epoca che ha smesso di credere ciecamente ai simboli e ha iniziato a pretendere trasparenza, coerenza e, soprattutto, il riconoscimento che dietro ogni ruolo di potere c’è un uomo con le sue fragilità.
Il tramonto dell’infallibilità: dalla Fede alla Legge
Il fenomeno dei sacerdoti che abbandonano non è isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di “desacralizzazione” delle istituzioni. Se un tempo la divisa incuteva un timore reverenziale che metteva l’individuo al riparo dalle critiche, oggi quel velo è caduto.
Oltre la Tonaca: Il Diritto all’umanità e la crisi del sacrificio
Per secoli abbiamo guardato al sacerdote come a un essere “separato”, un ponte tra terra e cielo che non poteva permettersi crepe. Ma oggi le crepe sono diventate voragini. La cronaca non ci racconta solo di chi lascia per amore, ma anche di chi crolla nel silenzio: l’aumento dei casi di depressione, pedofilia e, purtroppo, di suicidi tra il clero è il segnale d’allarme di un sistema che sta chiedendo un prezzo troppo alto.
La Solitudine del “Pastore”
Mentre le chiese si svuotano, il carico di responsabilità su chi resta aumenta. Un solo prete deve spesso gestire più parrocchie, compiti burocratici e le sofferenze di intere comunità, tornando poi in una casa vuota. Questa non è “santità”, a volte è solo isolamento estremo.
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Il peso dell’infallibilità: La società (e spesso la stessa gerarchia) esige che il prete sia perfetto. Se sbaglia, la gogna è immediata. Se soffre, deve farlo in silenzio per non “scandalizzare”.
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La vita normale come tabù: L’idea che un prete possa avere una vita affettiva, degli interessi personali o semplicemente il diritto di “staccare” è ancora vista con sospetto. Ma è proprio questa negazione dell’umano che porta al corto circuito.
Forse è giunto il tempo di “Umanizzare” il Ministero
Dare ai preti (e alle suore) la possibilità di una vita normale non significa necessariamente sminuire la fede, ma proteggerla. Ammettere che la perfezione non esiste; significa accettare che un uomo può servire Dio e la comunità anche se ha una compagna, o se semplicemente non è costretto a una solitudine forzata che logora l’anima. Se le religioni continuano a mettere “esseri umani non perfetti” a giudicare e guidare gli altri, devono anche fornire a questi esseri umani gli strumenti per vivere una vita equilibrata, sana e, appunto, normale.
La Divisa Sotto Assedio: Magistrati e Forze dell’Ordine
Il parallelismo con il mondo civile è evidente. Assistiamo a un paradosso costante:
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La Toga: I giudici, chiamati a essere l’arbitro imparziale, si ritrovano spesso “giudicati” dall’opinione pubblica o dagli stessi imputati, specialmente quando scelgono la strada della politica, sporcando (agli occhi di molti) la purezza della loro funzione super partes.
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L’Uniforme: Le forze dell’ordine vivono una crisi d’identità simile. Se intervengono con fermezza vengono accusati di abuso; se esitano per paura di ritorsioni legali, vengono accusati di debolezza. Il poliziotto, come il prete, non è più visto come l’incarnazione della Legge, ma come un uomo fallibile sotto una lente d’ingrandimento spietata.
L’Umano contro l’Istituzione
Le religioni propongono un Dio perfetto, ma affidano il dogma e la disciplina a uomini che, per definizione, non lo sono. Allo stesso modo, la democrazia poggia su leggi giuste che però vengono applicate da esseri umani soggetti a pregiudizi, stanchezza o ambizione.
La ribellione che osserviamo non è necessariamente contro l’idea di Dio o di Legge, ma a volte contro l’eccesso di potere esercitato da chi indossa la divisa senza sembrarne degno o senza mostrare l’umanità che il ruolo richiederebbe.
La Ribellione dei Popoli
Oggi il popolo non accetta più passivamente il “comando” che cala dall’alto. C’è una fame di coerenza:
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Se il Prete parla di amore eterno ma rinuncia al voto, la gente si interroga sulla tenuta dei dogmi.
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Se il Magistrato giudica ma appare di parte, la fiducia nel sistema crolla.
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Se lo Stato impone regole ma non sa proteggere chi le difende (le forze dell’ordine), nasce il caos.
Per secoli siamo stati indotti a guardare a chi indossa una divisa — sia essa la tonaca, la toga o l’uniforme — come a qualcuno di “intoccabile” e “perfetto”. Questa narrazione ha costruito un piedistallo che metteva queste figure al riparo da ogni critica. Ma oggi il velo è caduto.
La ribellione che osserviamo oggi nasce proprio dal crollo del mito della perfezione. Grazie a una circolazione delle notizie ormai “senza veli”, il popolo ha scoperto che dietro quei simboli di potere ci sono persone comuni, con le stesse fragilità, errori e bisogni di tutti gli altri. La divisa che un tempo incuteva timore reverenziale oggi divide, perché la gente non accetta più la finzione di una superiorità morale o professionale che la realtà smentisce quotidianamente.
Il Tribunale dei Social: Il nuovo Bar del popolo
In questo scenario, i social network hanno cambiato radicalmente il tessuto sociale. Quelle che una volta erano discussioni riservate tra amici, oggi sono diventate un sondaggio quotidiano sul pensiero dei popoli. Il digitale ha dato a tutti il diritto di esprimere un’opinione, trasformando ogni evento in un giudizio pubblico. È una democrazia diretta e a volte spietata, che agisce come un termometro costante della sfiducia verso le istituzioni.
Verso un’Autorità Umana
Siamo di fronte a una transizione epocale. La “divisa che divide” sta lasciando il posto a una richiesta di trasparenza. Forse è giunto il momento di smettere di chiedere l’impossibile a chi serve lo Stato o la Chiesa, e iniziare a permettere loro di essere, innanzitutto, persone. Perché una società che divora i propri “servitori” in nome di un dogma o di un ruolo, è una società che ha smesso di essere umana.

