Oltre i confini del banco: come si fa l’integrazione?

Dall’ipotesi del tetto per gli stranieri ai divieti sui simboli religiosi: riflessioni a mente libera su come stiamo smarrendo il senso della scuola e della vera inclusione.

di Nicoletta Bortolozzo

Tra tetti agli studenti stranieri, divieti sugli abiti religiosi e logiche da barriera, una riflessione libera da schemi di parte sulle recenti decisioni che mettono a rischio il ruolo della scuola come primo motore di emancipazione.

Prima di entrare nel merito delle cose, ci tengo a fare una premessa doverosa: il mio non è un ragionamento politico. Non sono e non sono mai stata guidata dalla politica nei miei ragionamenti, perché amo la libertà di pensiero e, proprio per questo, non mi sono mai lasciata influenzare da partiti, correnti o gruppi di nessun genere. Quello che muove queste riflessioni è semplicemente il buonsenso, l’osservazione della realtà e la difesa dei princìpi di libertà e uguaglianza.

C’è un paradosso di fondo che attraversa la stagione attuale e si abbatte, con la forza di una norma, sulle aule scolastiche italiane. Da un lato si ripete ossessivamente che l’obiettivo è l’integrazione; dall’altro, si mettono in campo misure che sembrano progettate esattamente per ottenere l’effetto contrario. Le recenti decisioni — dal tetto massimo di studenti stranieri per classe al giro di vite sull’abbigliamento, mirato a vietare il velo integrale e a sfiorare persino l’hijab — sollevano interrogativi profondi non solo sulla tenuta dei princìpi fondamentali, ma sul buonsenso pedagogico.

Il cortocircuito del “tetto” agli stranieri

La scuola è, per definizione sociale, il più grande ascensore sociale e il primo, vero laboratorio di inclusione del Paese. Separare, contingentare, creare recinti numerici basati sulla provenienza geografica significa tradire questa missione. Se l’obiettivo dichiarato è l’integrazione, come si può pensare di favorirla isolando i ragazzi nei banchi in base a percentuali e quote? La coabitazione culturale, lo studio fianco a fianco, la condivisione degli spazi e delle difficoltà quotidiane sono gli unici veri antidoti alla ghettizzazione. Meno gli studenti stranieri si mescolano con il resto della classe, più lontana sarà la loro assimilazione positiva nel tessuto civile.

L’equazione impossibile sull’abbigliamento e la dignità

Ancora più scivoloso è il terreno che riguarda l’abbigliamento e i simboli religiosi. Si invoca la parità di genere e la difesa della dignità della donna per giustificare divieti calati dall’alto. Ma siamo sicuri che la libertà delle donne si difenda per decreto, proibendo a una ragazza di mettere piede in classe?

L’emarginazione non si combatte chiudendo le porte della scuola in faccia a chi indossa un capo d’abbigliamento legato alla propria confessione o cultura. Al contrario: negare l’istruzione o espellere dal sistema scolastico significa condannare quelle stesse ragazze all’isolamento familiare, privandole dello strumento principale di emancipazione, che è proprio la conoscenza.

La memoria corta delle regole e dei copricapi

A ben guardare, certe pretese autoritarie sull’abbigliamento fanno sorridere per ipocrisia, se solo facciamo un piccolo salto indietro nel tempo. Le donne della mia età si ricorderanno bene che, da bambine, non potevamo nemmeno entrare in chiesa se non avevamo il velo in testa e i guantini bianchi, e le gonne — così come i grembiuli delle scuole — dovevano essere rigorosamente sotto il ginocchio. Ieri l’imposizione del copricapo e del rigore morale passava per la tradizione cattolica e veniva considerata sinonimo di decoro e decenza; oggi si pretende di fare l’opposto vietando i simboli altrui in nome della modernità. Ma la libertà non si difende imponendo o vietando una stoffa: cambia solo chi pretende di dettare le regole su come le donne debbano vestirsi.

La misura del paradosso: e le suore?

Sul fronte dei simboli e degli abiti, il discorso scivola rapidamente nel terreno dei due pesi e delle due misure. Viene spontaneo porsi una domanda semplice quanto urticante per chi sbandiera la laicità a intermittenza: se il problema è l’abito che copre e rimanda a una forte identità religiosa, allora dovremmo togliere il velo anche alle suore?

La risposta, in una società veramente libera, dovrebbe essere no per entrambe le categorie. La laicità dello Stato non si fonda sull’imposizione di un’estetica o sulla cancellazione visiva del sacro dallo spazio pubblico, ma sulla garanzia che ogni fede — o la sua assenza — trovi cittadinanza nel rispetto delle regole comuni. Quando si comincia a decidere quale stoffa sia accettabile e quale no sulla testa o sul corpo di una cittadina, si entra in un terreno autoritario che poco ha a che fare con la vera libertà.

La vera emergenza è un’altra

La scuola ha bisogno di investimenti strutturali, di laboratori, di insegnanti di supporto per l’italiano, di edifici sicuri e di risorse per l’inclusione reale. Trasformarla nell’ennesimo campo di battaglia ideologico, brandendo bandiere sulla pelle dei ragazzi, non farà altro che acuire le fratture sociali. La vera integrazione non si fa con i divieti o con i numeri chiusi: si fa aprendo le menti.

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