La nebbia a Treviso non cade, sale. Sale dalle acque pigre dei canali, s’insinua sotto i portici e avvolge i mattoni rossi dei palazzi come un sudario umido che odora di limo e di legna bruciata. Quella mattina di novembre del 1842, l’aria era così densa che le sagome dei campanili parevano fantasmi sospesi nel nulla.
Giacomo Farnese fu svegliato dal battito insistente di un bastone contro la sua porta in vicolo d’Asolo. Non si aspettava visite, tantomeno prima che il sole riuscisse a bucare il grigio del cielo.
«Farnese! Aprite, in nome dell’Imperial Regia Polizia!»
Giacomo imprecò a bassa voce. Si alzò dal letto, gettandosi sulle spalle un vecchio cappotto militare logoro, rimasuglio di un’epoca in cui aveva servito un Imperatore diverso. Quando aprì, si trovò davanti il Commissario Von Steiner. L’austriaco era impeccabile, nonostante l’ora: i baffi curati, la giubba bianca priva di una macchia, lo sguardo freddo di chi ha visto troppe brutture per lasciarsi impressionare.
«C’è un morto sotto il mulino della Pescheria, Giacomo,» esordì Von Steiner senza saluti. «E non è il solito barcaro annegato per il troppo vino.»
Dieci minuti dopo, i due camminavano lungo la Riviera Santa Margherita. Il selciato era scivoloso. Sotto il ponte, l’acqua del Cagnan ribolliva contro le pale di un vecchio mulino di legno, producendo un suono ritmico, quasi ipnotico. Un gruppetto di gendarmi teneva a distanza i curiosi: lavandaie con le braccia rosse per il freddo e garzoni incuriositi.
Il corpo era incastrato tra le pale e un accumulo di detriti fluviali. Era un uomo sulla cinquantina, vestito con un cappotto di panno pregiato che l’acqua aveva appesantito come piombo.
«Aiutatemi a tirarlo su,» ordinò Farnese, rimboccandosi le maniche.
Quando il cadavere fu adagiato sulla riva, il silenzio divenne assoluto. Giacomo riconobbe subito quel volto, nonostante il pallore mortale e la bocca spalancata in un’ultima, silenziosa richiesta di aiuto. Era il Conte Alvise d’Asolo. Un uomo che possedeva metà dei terreni tra Treviso e Montebelluna, un pilastro dell’aristocrazia cittadina, noto per la sua lealtà agli Asburgo e per la sua spietatezza negli affari.
«Niente ferite da arma da fuoco, niente tagli evidenti,» osservò Von Steiner, chinandosi sul corpo. «Un malore? È scivolato?»
Giacomo non rispose. Notò qualcosa che spuntava dalla mano destra del Conte, serrata in un rigore che non era solo dovuto al freddo. Con cautela, Farnese forzò le dita rigide.
Tra il pollice e l’indice, il Conte stringeva un rettangolo di cartoncino rigido, intriso d’acqua ma ancora integro. Giacomo lo ripulì dal fango. Era un tarocco: il Bagatto. La figura dell’artigiano davanti al suo tavolo era chiara, ma il volto della figura era stato grattato via con una lama. Al suo posto, qualcuno aveva tracciato con inchiostro nero due iniziali, ancora leggibili nonostante l’immersione: G. F.
Giacomo sentì un brivido che non aveva nulla a che fare con il clima di Treviso.
«Cosa sono quelle?» chiese Von Steiner, allungando la mano verso la carta.
Giacomo chiuse la mano a pugno, nascondendo il tarocco. «Niente, Commissario. Solo spazzatura che il fiume ha trascinato insieme al morto.»
Ma mentre lo diceva, i suoi occhi cercavano un appiglio tra la nebbia. E lo trovarono. Dall’altro lato del canale, oltre il ponte, una figura alta, avvolta in un mantello scuro e con un cappello a cilindro, lo fissava immobile. Per un istante, il vento sollevò un lembo della nebbia e Giacomo credette di vedere un bagliore metallico, come quello di un monocolo o di un’arma.
In un attimo, la figura si voltò e svanì nell’oscurità di Vicolo dei Due Mulini.
«Farnese? Mi state ascoltando?» insistette Von Steiner.
«Sì, Commissario,» rispose Giacomo, sentendo il cuore battere contro le costole come un tamburo di guerra. «Portatelo all’obitorio. Ma fate attenzione: il Conte non è caduto. È stato spinto. E chiunque lo abbia fatto, voleva che fossi io a trovarlo.»
…continua….

