Nell’era della gratificazione istantanea e della distrazione digitale, l’educazione affettiva è diventata una sfida senza precedenti.
di Nicoletta Bortolozzo
PREMESSA
Una premessa è necessaria, perchè frequentando persone che hanno una decina d’anni meno di me, noto spesso diversità di pensiero veramente importanti. Chi è nato nel 1958 come me, è cresciuto in un mondo che aveva ancora radici nell’ordine “pre-sessantottino”, mentre chi è nato dieci anni dopo è figlio della rottura totale di quegli schemi.
L’autorità (genitori, nonni, insegnanti, preti) era indiscutibile, a volte anche troppo rigida. Questo ha creato una generazione che conosce il valore del limite, del dovere e del rispetto gerarchico. L’affettività era più contenuta, spesso “pudica”. Per avere una cosa bisognava aspettare (il Natale, il compleanno, la promozione, il risparmio). Questo, psicanalisticamente, è fondamentale: l’attesa costruisce il pensiero e la pazienza. L’infanzia è stata fatta di cortili, giochi di gruppo e una televisione che trasmetteva solo poche ore al giorno (e con programmi educativi o teatrali). L’affettività passava per il contatto fisico e la parola.
E NASCERE 10 ANNI DOPO?
Sono nati proprio mentre il concetto di autorità veniva abbattuto. Sono cresciuti con il mito dell’uguaglianza a tutti i costi. Questo ha reso loro più difficile, una volta diventati genitori, dire dei “No” decisi, perché hanno interiorizzato l’idea che l’autorità sia un male da evitare.
È la prima generazione del consumismo di massa. Hanno iniziato a vivere l’illusione che il desiderio potesse essere soddisfatto velocemente. Spesso sono loro i primi “eterni adolescenti” di cui parleremo piu’ avanti, perché hanno faticato a integrare la frustrazione del “non tutto e non subito”.
Sono i figli della TV commerciale e dei primi cartoni animati giapponesi serializzati. Il loro immaginario è più frammentato, più visivo. Questo li ha resi più vulnerabili alla successiva “invasione” degli smartphone, perché la loro mente era già abituata a stimoli rapidi e colorati.
L’Eredità dei padri e la sfida dei figli
Educare all’affettività oggi non è un compito pedagogico, ma un atto di resistenza psicologica. In un mondo che spinge verso l’isolamento digitale e la gratificazione istantanea, riscoprire la psicanalisi significa restituire al bambino il diritto di crescere in un mondo reale.
Il fondamento clinico: dalla pulsione alla parola
L’affettività non è un istinto innato di “bontà”, ma il risultato di un faticoso lavoro della psiche.
-
Sigmund Freud e la gestione della frustrazione: Freud sosteneva che il bambino nasce governato dall’Es, un calderone di pulsioni che pretendono soddisfazione immediata. L’educazione affettiva inizia quando l’adulto introduce il “No”. Questo limite non è castrante, ma strutturante: permette al bambino di sviluppare l’Io, la capacità di pensare prima di agire.
-
Wilfred Bion e la Funzione Alfa: Un dettaglio cruciale è la capacità dell’adulto di “bonificare” le angosce del bambino. Quando un figlio urla, sta scaricando “elementi Beta” (emozioni grezze e tossiche). L’adulto-testimone deve accoglierle, trasformarle mentalmente e restituirle sotto forma di parole (elementi Alfa). Se l’adulto reagisce urlando a sua volta o isolandosi nel cellulare, fallisce in questa funzione di contenimento.
Come nasce l’affettività
Secondo la psicanalisi, il bambino non è un contenitore vuoto, ma un essere che costruisce la propria identità attraverso relazioni profonde e conflitti necessari.
-
-
Sigmund Freud ha chiarito che l’infanzia è il passaggio dal Principio di Piacere (voglio tutto subito) al Principio di Realtà. L’educatore è colui che aiuta il bambino a tollerare la frustrazione, impedendo che diventi un adulto nevrotico o narcisista.
-
Melanie Klein ha esplorato l’ambivalenza emotiva: il bambino deve imparare che l’amore e l’odio possono convivere e che, attraverso la riparazione, è possibile rimediare ai propri errori.
-
Donald Winnicott ha introdotto la “madre sufficientemente buona” e lo spazio del gioco: l’affettività cresce in un ambiente che protegge ma che, gradualmente, sa anche “mancare”, permettendo al bambino di diventare autonomo.
-
La simbologia del rito: la coppia come centro
Abbiamo analizzato il gesto di servirsi prima a tavola. In termini psicanalitici, questo gesto combatte il “Narcisismo Primario”.
-
Il Terzo Simbolico: Perché il bambino cresca bene, deve incontrare il limite del legame tra i genitori. Se il bambino è sempre servito per primo, si convince di essere l’unico oggetto del desiderio della madre o del padre. Vedere che i genitori danno la precedenza l’uno all’altro insegna che esiste un “Terzo” (la legge della coppia) a cui anche il bambino deve sottostare.
-
La Sicurezza della Gerarchia: Paradossalmente, il bambino si sente più sicuro in una famiglia dove gli adulti sono “più grandi”. Un bambino che comanda i genitori è un bambino terrorizzato dalla propria stessa forza, poiché sente che non c’è nessuno capace di arginarlo.
L’ostacolo della “Generazione Peter Pan”
Cresciuti con l’immaginario di eroi solitari e ribelli (gli anime degli anni ’70/’80), molti adulti oggi faticano a incarnare l’autorità. Preferiscono essere “amici” dei figli o dei nipoti, cercando gratificazione nei social network proprio come farebbe un ragazzo. Ma, come insegnava Carl Jung, se l’adulto non integra la funzione del Senex (il saggio, colui che pone limiti), il bambino si ritrova senza una bussola, diventando un “Bambino Imperatore” smarrito nella propria onnipotenza.
-
Il Tramonto del Padre (Recalcati): Viviamo in una società dove la funzione paterna (la Legge) è evaporata. Gli adulti oggi tendono a voler essere “amici” dei figli, cercando di evitare il conflitto a ogni costo. Ma un genitore che non accetta di essere l’antagonista necessario del figlio gli impedisce di maturare.
-
Il Puer Aeternus e il Digitale: Molti adulti di oggi usano lo smartphone come un nuovo “oggetto transizionale” per fuggire dalla realtà e dalle responsabilità. La dipendenza digitale dei grandi è una forma di “vita non vissuta” (Jung) che ricade sulle spalle dei piccoli, i quali si sentono trascurati in favore di un riflesso luminoso. L’autorità dell’adulto svanisce se la sua presenza non è “incarnata” ma distratta.
La Scuola e i nonni: la rete della testimonianza
L’educazione affettiva non si ferma alle mura domestiche, ma richiede una coerenza di sguardi.
-
La Scuola come palestra del desiderio: L’insegnante deve incarnare l’Eros della conoscenza. Se l’insegnante è il primo a essere annoiato o distratto, lo studente non troverà motivi per investire affettivamente nello studio. La scuola educa agli affetti quando insegna a stare nel gruppo, rispettando l’alterità dell’altro.
-
I Nonni come Memoria Storica: Il nonno educa quando non scimmiotta il giovane, ma abita la propria vecchiaia con dignità. Il racconto delle proprie fragilità passate insegna al nipote che la vulnerabilità è parte della vita e non un fallimento.
L’Alfabetizzazione emotiva (Il nome delle cose)
Aiutare il bambino a trasformare le pulsioni in parole.
-
La regola: Non dire “non piangere”, ma chiedi “cosa senti?”. Valida l’emozione, ma regola l’azione.
-
L’esempio: Sii onesto con i tuoi sentimenti. Dire “oggi sono stanco e triste” insegna al bambino che le emozioni umane sono lecite e si possono gestire con la parola.
Il rischio del “Bullismo”
Il bullismo non nasce dal nulla, ma è spesso il sintomo tragico di un fallimento educativo. In psicanalisi, il bullo non è un bambino “cattivo”, ma un bambino che tenta di gestire un vuoto interiore o un eccesso di potere attraverso la prevaricazione.
Ecco come la “pessima educazione” degli adulti – sia quella autoritaria che quella dei “genitori adolescenti” – spiana la strada al bullismo.
L’assenza della Legge e il “Bambino Onnipotente”
Come abbiamo analizzato, se i genitori (o i nonni) non esercitano la funzione di limite (il famoso “servirsi per primi”), il bambino cresce nell’illusione dell’onnipotenza.
-
La dinamica: Se in casa il bambino è il “Re” a cui tutto è dovuto, quando arriva a scuola e incontra l’Altro (il compagno che ha desideri diversi), non sa gestire la frustrazione.
-
Il bullismo come pretesa: Il bullismo diventa lo strumento per ristabilire quel primato assoluto che vive a casa. Se nessuno gli ha mai detto “No”, il bullo pensa che il mondo intero debba sottomettersi ai suoi capricci.
L’identificazione con l’Aggressore (Anna Freud)
Anna Freud descrisse un meccanismo di difesa chiamato identificazione con l’aggressore.
-
Il contesto: Se un bambino cresce con adulti che usano la violenza verbale, l’umiliazione o la sopraffazione per ottenere ciò che vogliono, il bambino imiterà quel modello.
-
La proiezione: Il bullo spesso è una vittima in un altro contesto (magari sminuito da un genitore troppo esigente). Per non sentire la propria debolezza, proietta quella fragilità su un compagno più debole (la vittima) e lo attacca. Distruggendo “il debole” fuori di sé, spera di distruggere la propria debolezza interna.
La Technoference e la perdita dell’empatia
Qui entra in gioco il cellulare e la generazione degli “eterni adolescenti”.
-
L’anestesia emotiva: Se l’adulto è sempre al telefono, non allena il bambino al contatto visivo e al riconoscimento delle emozioni altrui.
-
Cyberbullismo: Senza l’educazione all’affettività (dare un nome alle emozioni), il bambino non percepisce il dolore dell’altro. Attraverso uno schermo, l’altro diventa un oggetto, non una persona. Se l’adulto per primo vive relazioni virtuali e superficiali, il bambino non imparerà mai il valore della compassione.
Il ruolo degli Insegnanti e la Testimonianza
Il bullismo prolifera dove l’autorità dell’insegnante è debole o “evaporata”.
-
L’indifferenza che uccide: Se l’insegnante si limita a trasmettere nozioni e non “vede” le dinamiche della classe, sta dando un messaggio implicito: “La violenza non mi riguarda”.
-
La mancanza di esempio: Un adulto che assiste a un’ingiustizia e non interviene (o peggio, ne ride) legittima il bullo. L’educazione all’affettività a scuola significa trasformare il conflitto in parola: l’insegnante deve “contenere” l’aggressività e trasformarla in discussione.
Verso un “Patto Educativo”
L’educazione affettiva non può essere un compito isolato. Se i nonni, gli insegnanti e i genitori non si riconoscono reciprocamente come autorità autorevoli, il bambino cresce in un mondo di messaggi contrastanti dove l’unica legge che vince è quella del più forte o del più “virale”.

L’adulto deve accettare la “fatica” di essere un modello. Non serve essere supereroi (come i cartoni degli anni ’80), basta essere esseri umani capaci di restare presenti, di ascoltare e di mostrare che la vita reale, pur con i suoi limiti, è molto più interessante di qualunque riflesso digitale.
Educare significa accettare di essere, col tempo, “superati” dai propri figli o alunni. Ma per poter essere superati, bisogna prima essere stati incontrati. Come diceva Winnicott, il bambino ha bisogno di un ambiente che “tenga” (Holding). Solo se l’adulto è solido, il bambino può spingere contro di lui per darsi la spinta e volare via.
BIBLIOGRAFIA:
-
Sigmund Freud, Il disagio della civiltà (1929). Fondamentale per comprendere il conflitto tra pulsione individuale e regole sociali.
-
Sigmund Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905). Il testo che ha ridefinito l’infanzia come un periodo di sviluppo affettivo complesso.
-
Anna Freud, L’io e i meccanismi di difesa (1936). Essenziale per capire come i bambini si proteggono dalle angosce.
-
Melanie Klein, Invidia e gratitudine (1957). Analizza le radici profonde dell’amore e dell’odio nel neonato.
-
Donald W. Winnicott, Gioco e realtà (1971). Introduce il concetto di oggetto transizionale e l’importanza della creatività nel bambino.
-
Donald W. Winnicott, Il bambino, la famiglia e il mondo esterno (1964). Una guida preziosa sul ruolo della “madre sufficientemente buona”.
-
Wilfred Bion, Apprendere dall’esperienza (1962). Dove viene spiegata la funzione di “contenitore” dell’adulto verso le emozioni del bambino.
-
Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna (2011). Un’analisi lucida sull’evaporazione del ruolo educativo autorevole.
-
Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (2013). Descrive la generazione dei figli che attendono un ritorno della Legge e della testimonianza.
-
Carl G. Jung, Il fanciullo eterno (Puer Aeternus) in Simboli della trasformazione. Per approfondire l’archetipo dell’adulto che rifiuta di crescere.
-
Daniele Novara, Urlare non serve a nulla (2014). Sull’importanza di recuperare un’autorevolezza basata sulla distanza educativa e sul rispetto dei ruoli.
-
Jacques Lacan, Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio (1957-1958). Contiene le riflessioni più profonde sulla funzione del “Terzo” e sul superamento dell’Edipo.
-
Sherry Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri (2011). Un testo chiave per comprendere l’impatto degli smartphone sulle relazioni familiari.
-
Dan Olweus, Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono (1993). Il testo pionieristico sulla comprensione del fenomeno.
-
Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014). Sull’importanza dell’insegnante come antidoto alla violenza.
-
Donald Winnicott, L’aggressività, la colpa e la riparazione (1984). Per comprendere le radici psicologiche della distruttività.


