Le perizie medico-legali sul corpo di Alex Marangon hanno fornito dettagli tecnici determinanti per la ricostruzione del caso, sebbene molti punti rimangano oggetto di scontro tra la Procura e i legali della famiglia.
di Nicoletta Bortolozzo
TREVISO – Il caso di Alex Marangon, il barman 25enne di Marcon scomparso nel nulla durante un rito sciamanico e ritrovato senza vita sul greto del Piave il 2 luglio 2024, entra in una fase cruciale. Dopo mesi di attesa, la Procura di Treviso ha rotto gli indugi iscrivendo cinque persone nel registro degli indagati, mentre le relazioni medico-legali delineano uno scenario inquietante fatto di sostanze proibite e sospette colluttazioni.
L’inchiesta: chi sono i cinque indagati
I nomi finiti sul tavolo del magistrato rappresentano la catena organizzativa del ritiro spirituale tenutosi all’Abbazia di Santa Bona:
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Gli organizzatori: Andrea Zuin (48 anni) e la compagna Tatiana Marchetto (40).
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La proprietà: Alexandra Da Sacco, moglie del proprietario dell’abbazia.
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I “Curanderos”: I cittadini colombiani Sebastian Castillo (28) e Jhonny Benavides (39). Questi ultimi, che avrebbero gestito materialmente la somministrazione degli infusi, risultano attualmente irreperibili in Sudamerica.
Le accuse variano dalla cessione di sostanze stupefacenti alla morte come conseguenza di altro reato. Resta invece aperto, seppur contro ignoti, il fascicolo per omicidio volontario.
I dettagli tecnici della perizia: non solo una caduta
Sebbene l’ipotesi principale della Procura sia quella di una morte accidentale causata da un “delirio tossico”, la relazione autoptica citata dai quotidiani locali introduce elementi che complicano il quadro:
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Segni di colluttazione: Sul volto e sul torace di Alex sono state riscontrate contusioni che, secondo i medici legali, potrebbero essere compatibili con un’aggressione o una colluttazione avvenuta prima della morte. Questi segni non sembrano riconducibili esclusivamente all’impatto con le rocce del fiume.
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L’Ayahuasca e il mix fatale: Gli esami tossicologici eseguiti dalla professoressa Donata Favretto (Università di Trieste) hanno confermato la presenza di ayahuasca, un potente allucinogeno vietato in Italia. La sostanza, unita a tracce di cocaina, avrebbe alterato profondamente la percezione della realtà di Alex.
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La dinamica della caduta: Il giovane sarebbe precipitato da un terrapieno alto diversi metri. Tuttavia, i periti non hanno ancora escluso del tutto né la volontarietà (suicidio indotto dal trip psicotropo) né l’intervento di terzi che potrebbero aver spinto o inseguito il ragazzo.
I punti oscuri: il ritrovamento e il silenzio
Il corpo di Alex è stato rinvenuto a circa 4 chilometri di distanza dall’abbazia, trascinato dalla corrente del Piave. Il fatto che presentasse ecchimosi profonde e ferite alla testa ha spinto i legali della famiglia a contestare duramente la tesi dell’incidente puro.
Resta poi il macigno delle quattro ore di silenzio: tra il momento in cui Alex si è allontanato dal gruppo (seguito, pare, proprio dai due sciamani colombiani) e la chiamata ufficiale ai soccorsi, è passato un tempo considerato “ingiustificato”. Gli avvocati della famiglia chiedono di sapere cosa sia accaduto in quel lasso di tempo e se qualcuno abbia tentato di soccorrere Alex o, al contrario, abbia cercato di nascondere le prove del rito.
La prossima mossa: il test del capello
In settimana, la Procura procederà con un atto istruttorio massiccio: il test del capello su tutti i venti partecipanti al ritiro. L’obiettivo tecnico è duplice:
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Verificare se la somministrazione di droghe fosse un elemento centrale e sistematico di questi incontri.
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Valutare lo stato di alterazione collettiva della notte del 29 giugno per pesare l’attendibilità delle testimonianze raccolte finora, spesso apparse confuse o reticenti.

